Premessa della ricerca sulle gomme indigene nelle tecniche a tempera, pubblicata nel libro edito in omaggio a Paolo Cadorin
“L’amour de l’Art”, edizione Charta 1999
OMMP – Omnia mea, mecum porto
di Giovanni Aliprindi
Nota : più persone di mia conoscenza, hanno chiesto il perchè del titolo dato alla presente ricerca, titolo giudicato dalle stesse non pertinente.
Replica : il motto è attribuito da Cicerone (CFr.Cicerone.Parad,1,1,8) a Biante di Priene, uno dei sette Savi della Grecia. I concittadini di Biante, minacciati dai Persii invasori, fuggivano carichi dei loro averi e ricchezze, creandosi impacci di peso e di trasporto, mentre il Saggio al contrario, procedeva spedito, non recando con se che quanto aveva indosso. A chi gli domandava come mai non avesse provveduto a salvare almeno l’indispensabile rispondeva; “Omnia mea, mecum porto”, “tutti i miei beni porto con me”. In altre parole : i miei averi consistono in quel poco che so.
Persiani a parte, che oggi hanno altro da pensare, ho trovato il detto, malgrado le su citate obiezioni, pertinente al mio caso. Mi scuso con coloro che non erano, e che eventualmente, non fossero d’accordo.
PREMESSA
Un ovvia questione di tatto mi impone di non abusare dello spazio concessomi dalle cortesi persone che mi hanno voluto partecipe della raccolta di scritti in onore dell’amico Paolo. L’argomento trattato sarà quindi, per quanto possibile chiaro, ma forzatamente sintetico.
Perchè ho scelto l’argomento tempera a base di gomme indigene?
Per antica propensione o – se si preferisce – vocazione. Ne scoprii le qualità e l’insita bellezza grazie ai miei insegnanti, prima all’ Accademia, poi al corso di restauro. In quest’ultimo campo, l’esercizio della tempera, eseguito a livello pittorico, (intendo dire la tempera vista dal pittore, cioè “dal di dentro”) mi è stato utilissimo nella mia attività di restauratore. Si tratta certo di una tecnica difficile, lunga e complessa.. I suoi svantaggi non sono da poco, ma nettamente inferiori alle sue splendide qualità, specie quando queste sono ulteriormente esaltate da un avveduto impiego delle gomme indigene, tanto nella fabbricazione dei medi, quanto in quella delle vernici finali, sull’uso e composizione delle quali si conosce poco e vi è scarsa letteratura. Tempera regina sulle altre tecniche? Lo credo; ferma opinione di vecchio e convinto temperista.
CENNO STORICO
Mi permetto il riferimento ad una mia personale esperienza, forse non inutile ai fini della ricerca di cui mi occupo. Spero mi si perdoni quella che potrebbe apparire come un’ inopportuna, soggettiva intrusione, secondo l’antico proverbio “chaque prêtre loue ses reliques”. Assicuro essere le mie intenzioni lontane da prete e da reliquie.
Maggio-Giugno 1944 : Firenze occupata, come il resto dell’Italia centrale e del Nord, dalle truppe tedesche. Le armate alleate, dopo la presa di Roma, avanzano ostacolate da forte ma vana resistenza. I nazi fascisti, incattiviti dai continui insuccessi, imperversano più che mai. Il sottoscritto, condannato a morte come disertore, non essendosi presentato al bando di leva della Repubblica di Salò, cui è totalmente refrattario, ha trovato rifugio nell’appartamento di un’anziana Gentildonna fiorentina, situato all’ultimo piano del vecchio immobile d’una straduccia prospiciente la piazza Santa Maria Novella.
Grameggiando a mò di sepolto vivo, che il solo affacciarsi, anche per un attimo, alla finestra poteva essere pericoloso per la temeraria ospite e mortale per me, mi ritrovai nell’inusitata postura di un forzato dell’erudizione -altro non v’era da fare- e da questo lato la generosa “prigione” offriva al cerebro sovrabbodanza di nutrimento.
Il domicilio era di fatto un minuscolo museo di bei mobili del tre e quattrocento toscano e d’una raccolta di antichi -e meno antichi- preziosi libri e stampe. Fra i quali un bell’erbario seicentesco alquanto sbertucciato e privo di frontespizio, recante graziose illustrazioni d’erbe e di fiori, descritti, tra i molti nomi e detti in lingua latina, anche in un òstico, remoto, ma vivace e pittoresco italiano, tra Boccaccio e Giucciardini. Presunto autore un certo non meglio identificaro Gio Batta Sebastiano (o di Sebastiano) Caj.
Promosso dunque, da Bellona e Consorte, studioso a tempo pieno mio malgrado, m’ero immerso nella faticosa lettura delle ingiallite paginette di fine carta a mano dell’avvincente erbario, trabalzando ad ogni risuonar di passi per le tortuose e malagevoli scale del vetusto edificio, dato che ogni minuto poteva essere quello buono per finire male. Perciò ridotto a vivere, come dice Renzo Martinelli nel suo vivo e penetrante libro “I giorni della Chiassa”, troppo presto dimenticato dagli immemori italiani, “con le vene gelide e l’anima in bocca”. E chi ha di codeste memorie, sa che non si esagera. Che se quei “bravi figlioli” delle brigate nere SS avessero scoperto il nascondiglio, il minimo che mi poteva succedere era d’essere messo al muro e, seduta stante, passato per le armi. Ma – problema – una simile eventualità mi trovava in radicale disaccordo con i suddetti armigeri, in quanto supponeva in me una vocazione di finire imbottito di piombo come un tordo al passo, che ero convintissimo esser del tutto assente fra l’altre mie. Per farla breve, la lettura dello scucito volumetto, mi apprese una quantità di cognizioni importanti circa le gomme indigene, la loro raccolta, modo di conservarle e prepararle, impiego nelle tempere e nell’olio; citato pur laconicamente, tra gli altri anche Teofilo. Un passaggio riportava la frase : “Theofilus Rogero (o Roggero, non ricordo) monaco alemanno” inoltre, scarse notizie sulla “Diversarum Artium Schedula”. Rimasero tuttavia impressi nella memoria alcuni precetti e formulari che mi furono più tardi , applicati alle ricerche che sviluppavo sulle tempere, di grande aiuto a causa della loro giustezza.
Ma elementi altrettanto interessanti mi furono proposti dalla gentile e coraggiosa ospite: la Signora affermava infatti, che la Consorte di Giorgio de Chrico, di origine ebrea, per sfuggire alle persecuzioni naziste, aveva tempo innanzi, trovato rifugio presso di Lei. A riprova di ciò, mostrava una vecchia cassetta di colori ad olio del Maestro, e da questo dimenticata al momento della partenza. La cassetta conteneva inoltre una busta, alquanto lacera e malandata, dove erano stati riposti pochi foglietti recanti frettolosi appunti del Pittore, disordinatamente vergati un pò a lapis, un pò a penna, tra cui taluni, per me interessantissimi e riguardanti l’impiego delle gomme indigene nella tempera.
Si trattava evidentemente di appunti sperimentali. Il Maestro faceva trapelare , attraverso di essi, una sua certa impazienza nel voler giungere ad un risultato utile e sicuro. Formule più volte modificate, correzione di dosaggi, preferenze, spesso contraddittorie, accordate ad un tipo di prunacea piuttosto che ad un altro, al diverso esito ottenuto dall’impiego di una gomma di ciliegio, o invece d’albicocco, o susino ecc. (ciò che dimostrava un’attenzione dell’Artista alle varie differenze di risultati tra le plurime materie in questione). Decifrare quelle annotazioni non era facile a causa delle loro frammentarietà e scarsezza; parole tronche, talvolta illegibili, spesso mostranti irritazione per una formula non riuscita, frequenti correzioni e cancellature. Ma ne valeva, almeno per me, la pena.
Ero sì alle prime armi con gli studi sulle tempere, ma la materia m’interessava già da tempo, e non poco. Tanto più che da quelle notazioni s’intravedeva incertamente un doppio scopo nella ricerca del Maestro: quello di mettere a punto una ricetta ottimale per la “tempera grassa” prevista non come fine a se stessa, ma per la possibilità di costituire un solido sottofondo per successive eventuali prosecuzioni ad olio. Dunque tecnica mista. A proposito di questa, ricordo solo in un mezzo logoro foglietto, qualche riga: troppo poco. Decifrare quelle annotazioni non era facile: